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finché un giorno, in un futuro non troppo lontano, quando ci incontreremo, in un luogo come la sala di un grande aeroporto, accasciati sulle ginocchia, perché non c'era altro modo di apparire, sotto un cielo genziana che va abbassandosi, con scariche elettriche color crema, dove le anatre arancia e ciascuna di esse che hanno visto una parte di noi, volano verso est, ed anche se ognuno pensa, non sta accadendo a me, anche se capisco il linguaggio degli uccelli e delle luci intrappolare nel temporale, allora tutto diventa chiaro e il loro giostrare, con gli alberi che si muovono, adesso proprio adesso e con le voci di giovani, fresche come quando fu scattata la fotografia, con idee contraddittorie, stupide ma alcune degne di nota che inondano la superficie della mente parlando a vanvera di cielo e di clima e delle foreste del cambiamento, diventa musica e non importa se infine tutto scompare perché tutto ciò che arrivava stava andando come materiale di una poesia, che passa come un lampo, inforca la coda di una cometa che si abbatte su di voi che avete l'aria che avete o su di me che ho l'aria che volete perché è giusto che qualcosa o qualcuno, alla fine ci si strofini addosso.
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